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Qui scoppia la bomba artica PDF Stampa E-mail
lunedì 03 settembre 2007
Se sussistevano ancora dei dubbi su quanto poco siamo pronti per affrontare la realtà del cambiamento climatico, essi sono stati fugati in questo mese, con l'immersione di due mini-sottomarini russi a una profondità di 3.200 metri per piantare sul fondo sotto il ghiaccio artico una bandiera russa di titanio. Questa prima missione, dotata di equipaggio, sul fondale oceanico artico, accuratamente coreografata per un'audience televisiva mondiale, rappresenta il non plus ultra del reality televisivo in ambito geopolitico. Mentre il presidente russo Vladimir Putin si congratulava con gli acquanauti, il governo russo avanzava diritti territoriali su quasi la metà del fondo dell'oceano Artico. Il governo Putin sostiene che il fondo marino sotto il Polo, noto come dorsale Lomonosov, sia un prolungamento della piattaforma continentale russa e, pertanto, un loro territorio. Per non essere da meno, il primo ministro canadese, Stephen Harper, si è affrettato a organizzare una visita di tre giorni nell'Artico per riaffermare i diritti territoriali che il suo Paese vanta nella regione. Anche se per certi aspetti la vicenda ha quasi del comico, una sorta di caricatura di una spedizione coloniale del XIX secolo, l'obiettivo è spaventosamente serio. I geologi ritengono che il 25 per cento dei giacimenti di petrolio e di gas del mondo non ancora scoperti possa trovarsi nella roccia sottostante l'oceano Artico. I giganti del petrolio si sono già precipitati sul fronte alla ricerca di contratti per lo sfruttamento di questa potenziale enorme ricchezza nascosta sotto il pack artico. La British Petroleum ha recentemente stretto una partnership con la Rosneft, la compagnia petrolifera russa a proprietà statale, per esplorare la regione. Oltre alla Russia e al Canada, a rivendicare che il fondale artico sia un'estensione della propria piattaforma continentale, e pertanto territorio sovrano, vi sono altri tre paesi: la Norvegia, la Danimarca (la Groenlandia è un possedimento danese che si estende fino all'Artico) e gli Stati Uniti.


Secondo la Convenzione sul diritto del mare del 1982, le nazioni firmatarie possono vantare diritti commerciali su una zona economica esclusiva che si estende fino a 370 chilometri oltre le proprie acque territoriali. Temendo che altre clausole del trattato potessero vincolare la propria sovranità e indipendenza politica, gli Stati Uniti non lo hanno mai sottoscritto. Il nuovo repentino interesse per gli idrocarburi dell'Artico ora sta invece spingendo i legislatori statunitensi a correre ai ripari con una sua ratifica, al fine di evitare che gli Stati Uniti restino fuori dalla corsa al petrolio artico.

Ciò che di questi sviluppi scoraggia così terribilmente è che il rinnovato interesse per la trivellazione del sottosuolo e del fondo marino artici alla ricerca di idrocarburi si è acceso solo ora per via del cambiamento climatico. Si sta mirando a giacimenti di carburanti fossili rimasti inaccessibili sotto la coltre di ghiaccio per migliaia di anni, ghiaccio che ora invece il riscaldamento globale sta sciogliendo, rendendo possibile, per la prima volta, lo sfruttamento commerciale di questi depositi. Ironicamente, è lo stesso processo di combustione dei carburanti fossili a rilasciare nell'atmosfera le massicce quantità di anidride carbonica che innalzano la temperatura terrestre, il che, a sua volta, scioglie il pack, rendendo disponibile ancora più idrocarburi destinati alla produzione di energia. La combustione di questi nuovi idrocarburi incrementerà ulteriormente le emissioni di Co2 nei decenni a venire, accelerando così la distruzione del ghiaccio artico.

Ma questa non è ancora la fine della storia. La tragedia che si sta svolgendo nell'Artico ha un altro risvolto ben più pericoloso. Mentre i governi e i giganti del petrolio sperano in un veloce scioglimento del ghiaccio artico per accedere all'ultimo tesoro di petrolio e gas del mondo nascosto,i climatologi sono fortemente preoccupati per un'altra materia sepolta sotto il ghiaccio che, se lasciata emergere, potrebbe scatenare nella biosfera terrestre un disastro dalle conseguenze spaventose per la vita umana.

Buona parte della regione siberiana subartica, una superficie grande quanto la Francia e la Germania messe insieme, è formata da una enorme torbiera ghiacciata. Prima della precedente era glaciale, questo vasto territorio era costituito principalmente da praterie popolate da fauna selvatica. I ghiacciai seppellirono questa materia organica sotto il permafrost, dov'è rimasta da allora. Se la superficie della Siberia è arida, la materia organica sepolta equivale a quella di tutte le grandi foreste pluviali tropicali del mondo messe insieme.


A causa dell'aumento della temperatura terrestre causato dalla Co2 e dagli altri gas a effetto serra, il permafrost ora si sta sciogliendo, sia sulle terre emerse, sia lungo i fondali. Se lo scioglimento del permafrost avviene in presenza di ossigeno sulle terre emerse, la decomposizione della materia organica comporta la produzione di Co2. Se il permafrost si scioglie lungo il primo scalino lacustre in assenza di ossigeno, la sua decomposizione rilascia metano. Tra i gas serra, il metano è il più nocivo, con un effetto serra 23 volte superiore a quello dell'anidride carbonica.

I ricercatori avvertono che si va verso un punto di non ritorno nel corso di questo secolo: riscaldando drammaticamente l'atmosfera, queste emissioni di anidride carbonica e di metano potrebbero dare il via a un effetto di feedback incontrollabile, in quanto il riscaldamento del suolo, dei laghi e dei fondali marini scioglierebbe ulteriormente il permafrost con un conseguente incremento delle emissioni di Co2 e di metano nell'atmosfera. Una volta raggiunto questo punto limite,l'uomo non avrà alcuno strumento, né tecnico né politico, per arrestare l'effetto di feedback scatenato. Gli scienziati sospettano che in un passato remoto, tra i periodi glaciali e interglaciali, un tale evento si sia già verificato.

In un articolo pubblicato da 'Nature' l'anno scorso e da 'Philosophical Transactions of the Royal Society' nel maggio di quest'anno, la dottoressa Katey Walter dell'Istituto di biologia artica dell'Università dell'Alaska a Fairbanks e il suo team di ricercatori, definiscono lo scioglimento del permafrost una gigantesca 'bomba a tempo' innescata.

Alla dottoressa Walter e ai suoi colleghi preoccupano in particolare i laghi non censiti nelle mappe ufficiali che lo scioglimento del permafrost sta creando in tutto il territorio subartico siberiano. Poiché l'acqua dei laghi ha una temperatura ambiente più elevata di quella del permafrost che li circonda, il permafrost lungo il perimetro dei laghi si scioglie più velocemente e fa crollare in questi bacini il suolo esposto. L'anidride carbonica organica presente in questo suolo si decompone così sul fondale. Il metano prodotto durante la decomposizione emerge in superficie sotto forma di bolle, liberandosi nell'atmosfera. Katey Walter e altri esperti calcolano che come conseguenza dello scioglimento del permafrost i laghi artici rilasceranno nell'atmosfera miliardi di tonnellate di metano.

Nella punta nord della Terra si sta svolgendo una tragedia mondiale di proporzioni enormi e gli uomini vi assistono quasi indifferenti. Quando gli astronauti americani scesero sulla Luna nel 1969, le prime parole di Neil Armstrong furono: "Un piccolo passo per l'uomo, un salto gigantesco per l'umanità". Gli acquanauti russi, arrivando sul fondo dell'oceano Artico, ben avrebbero potuto dire: "Una piccola immersione per l'uomo, un gigantesco salto indietro per la vita sulla Terra".

di Jeremy Rifkin
traduzione di Guiomar Parada
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